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I CALSÙ: tradizione e storia
Ma l’arte di produrre “casoncelli” si manifesta nella lontana storia. Nelle pagine della “Giornata Terza” dei “Curiosi Trattenimenti” (1698) di padre Gregorio di Canè, si rinvengono tracce di casi culinari. Così il buon padre ricorda il ripieno dei ravioli ottenuto con le bietole “che danno stima ai medesimi”. Più indietro nel tempo leggiamo nella “Cronaca di Bergamo” di Castello Castelli, del 1390 circa, “comedere tortis e cazonzellis”. Fantasia del cibo dei favolosi banchetti, simili ad un incubo alla “Bosch”, sono descritti in lingua maccheronica nel primo libro del “Baldus” (1517) di Teofilo Folengo (Merlin Cocai) mantovano di nascita e bresciano di adozione. Il cuoco, mastro Prosciutto, sovraintende all’arte leccatoria e attende allo studio della gola e alla Bibbia del palato preparando: “…casoncelli teneri e grossi come botti panciute, che rotolano nel formaggio”. Galeazzo degli Orzi infarcisce di affabulazioni culinarie “La massèria de bè” (1554), mirabile affresco della vita quotidiana rinascimentale, vista attraverso gli occhi furbi e maliziosi di Flor de Cobiàt, una dama di Collebeato che si offre ad una nobildonna cittadina per la gestione della casa. Col suo dialetto colorito, Flor spiega come cucinare: “riguardo al ripieno non me lo dite: tortelli, pasticci, casoncelli…Dico: bocca che vuoi?” “I cònse col butér, perché i fa bè al missér… e i ‘nmöce ‘n de ‘n muntù…e töcc a vènter piè…se ‘mangia fin che ‘s völ…”. Il modenese Ortensio Lando nel suo curioso “Commentario” (1548), scrive dei “casoncelli”: “…belli da vedere, grati al gusto, odorifici più dell’ambra e più del muschio, morbidi al tatto, confortano lo stomaco, danno vigore ai sensi…” Se dovesse sopraggiungere a Vione per la “sagra dei calsù” sono sicuro che sarebbe sempre dello stesso parere. (a cura di D.M.T.)
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